Oltre la crisi d’identità

Oggi vi parlo di crisi d’identità e lo farò utilizzando George Clooney o meglio il suo personaggio Jay Kelly, film del 2025 diretto da Noah Baumbach.

Jay Kelly come psicodramma della Persona, una crisi identitaria.

Jay Kelly può essere letto come il racconto di una crisi d’identità. Ma questa definizione resta insufficiente. Il film non mostra soltanto un uomo famoso che fa i conti con la propria vita. Mostra un uomo che viene progressivamente costretto a entrare nella scena della propria vita, dopo aver passato decenni a vivere dentro scene scritte da altri.

In questo senso, Jay Kelly è un film profondamente psicodrammatico. Non perché rappresenti esplicitamente una seduta di psicodramma moreniano, ma perché ne assume la struttura profonda: un protagonista, una scena, degli io-ausiliari, un pubblico, una crisi di identità, una serie di specchi, un movimento tra passato e presente, e infine una domanda di nuova possibilità.

La lettura junghiana permette di comprendere che cosa sia davvero in gioco: non solo il bilancio di una carriera, ma la crisi della Persona. Jay Kelly non è semplicemente un attore. È un uomo che ha finito per coincidere con la propria immagine. Ha interpretato ruoli per tutta la vita, ma ha smarrito il rapporto con il centro che quei ruoli avrebbe dovuto abitare. La sua fama non è più un attributo esterno. È diventata una struttura psichica. È diventata una maschera che non sa più di essere maschera.

Nel linguaggio di Jung, la Persona è il volto sociale dell’individuo. È necessaria. Nessuno vive senza Persona. Ma quando l’Io si identifica interamente con essa, accade una perdita. L’individuo non usa più la maschera: viene usato dalla maschera. Jay Kelly è precisamente questo: un uomo divorato dalla leggibilità pubblica di sé. Tutti sanno chi è Jay Kelly. Il problema è che Jay Kelly non sa più chi sia.

Qui entra in gioco Moreno. Per Moreno, l’identità non è una sostanza chiusa, ma un insieme di ruoli. L’essere umano vive attraverso ruoli: padre, figlio, amante, artista, amico, paziente, maestro, rivale. La salute non consiste nell’avere un ruolo puro, ma nel poter passare creativamente da un ruolo all’altro. La patologia nasce quando il ruolo si irrigidisce. Jay Kelly è rimasto fissato nel ruolo di “star”. Quel ruolo gli ha dato potere, riconoscimento, denaro, seduzione, immunità. Ma ha progressivamente impoverito tutti gli altri ruoli: il padre, l’amico, il figlio, il compagno, l’uomo capace di chiedere scusa.

Il viaggio europeo del film funziona allora come una grande scena psicodrammatica. Jay parte con un obiettivo apparente: ritrovare la figlia, partecipare a un tributo, sistemare alcuni conti aperti. Ma il vero viaggio è un altro. È la convocazione del suo atomo sociale. Nel lessico moreniano, l’atomo sociale è la rete viva delle relazioni che costituiscono una persona. Nessuno è soltanto se stesso. Ognuno è anche la trama dei legami che lo hanno formato, sostenuto, ferito, abbandonato.

Jay incontra, o tenta di incontrare, le figure fondamentali del proprio atomo sociale: le figlie, il padre, il manager, la publicist, il vecchio amico, i collaboratori, i fan, i colleghi, i fantasmi della carriera. Ognuno di loro non è soltanto un personaggio narrativo. È un io-ausiliario. Ciascuno porta in scena una parte che Jay non riesce più a rappresentare da solo.

Ron, il manager, è il più importante di questi io-ausiliari. In superficie è il collaboratore fedele, colui che organizza, ripara, contiene, accompagna. Ma in profondità Ron è il Doppio di Jay. Dice ciò che Jay non sa dire. Regge ciò che Jay non vuole vedere. Traduce il caos narcisistico della star in gestione pratica del mondo. Ron è anche una figura d’Ombra: non nel senso demoniaco, ma nel senso junghiano di ciò che resta dietro la luce della Persona.

Jay splende; Ron assorbe. Jay appare; Ron lavora. Jay viene celebrato; Ron si consuma. Jay occupa il centro della scena; Ron tiene in piedi il retroscena. Questa coppia è psicodrammaticamente essenziale, perché mostra che ogni Persona luminosa produce una zona d’ombra che qualcuno deve abitare. Nel caso di Jay, l’Ombra non è soltanto dentro di lui: è stata delegata a un altro. Ron è il custode delle conseguenze di Jay.

Per questo il rapporto tra Jay e Ron non è solo professionale. È simbiotico. Ron ha rinunciato a parti di sé per mantenere in vita l’immagine di Jay. Ha trasformato la propria spontaneità in servizio. Ha contenuto le crisi, coperto gli errori, mediato le rotture, protetto la maschera. Da un punto di vista moreniano, Ron è un io-ausiliario che ha smesso di essere temporaneo ed è diventato destino. Non entra in scena per aiutare il protagonista a vedersi. Vive da anni nella scena del protagonista.

La crisi di identità di Jay comincia quando questo dispositivo non regge più. Lo psicodramma nasce sempre da un blocco: qualcosa che non può più essere pensato deve essere agito. Jay non riesce a elaborare la propria colpa come padre, il proprio narcisismo come artista, la propria solitudine come uomo. Allora il film lo costringe a muoversi. Il movimento esterno sostituisce inizialmente il movimento interno. Aerei, treni, alberghi, festival, città europee: tutto sembra dinamico. Ma la vera immobilità è psichica. Jay corre, ma non cambia. Si sposta, ma porta con sé lo stesso ruolo.

La scena del treno è centrale proprio per questo. Il treno, simbolicamente, è uno spazio di transizione: non è più il luogo di partenza e non è ancora il luogo d’arrivo. È uno spazio liminale. Nello psicodramma, la scena è sempre un luogo separato, intermedio, dove la realtà ordinaria viene sospesa e può apparire una verità più profonda. Sul treno Jay incontra la figlia, i passeggeri, i riconoscimenti del pubblico, la propria incapacità di distinguere intimità e performance. Vuole raggiungere il ruolo di padre, ma gli viene spontaneo rientrare nel ruolo di star.

Qui il film mostra una ferita essenziale: Jay non sa incontrare l’altro senza trasformarlo in spettatore. Persino la figlia rischia di diventare pubblico. Persino la riconciliazione rischia di diventare scena. Questo è il punto junghiano: la Persona non è semplicemente falsa. È una funzione che, quando domina, colonizza ogni relazione. Jay non mente sempre in modo consapevole. Spesso è peggio: recita sinceramente. E la sincerità recitata è il nucleo tragico del personaggio.

Lo psicodramma moreniano lavora proprio su questa soglia: quando un ruolo è diventato troppo automatico, bisogna rimetterlo in azione in modo nuovo. Non basta spiegare a Jay che è stato assente come padre. Bisogna farglielo incontrare. Le figlie, in questo senso, sono specchi. Non specchi narcisistici, che confermano l’immagine ideale, ma specchi ferenti. Gli mostrano lo scarto tra il padre interpretato sullo schermo e il padre mancato nella vita.

Jessica, in particolare, rappresenta il ritorno del rimosso affettivo. La sua ferita non riguarda soltanto l’assenza. Riguarda l’oscenità simbolica di aver visto il padre essere padre per il mondo e non per lei. Jay ha prestato al cinema le emozioni che non ha saputo incarnare nella relazione. Questa è una colpa profondamente junghiana: l’energia psichica è stata investita nella Persona e sottratta al legame reale. L’immagine ha prosperato dove la relazione si è impoverita.

Il film diventa allora un grande psicodramma della colpa. Ma non una colpa morale in senso stretto. Piuttosto una colpa ontologica: la distanza tra ciò che si è mostrato e ciò che si è vissuto. Jay non è colpevole perché ha avuto successo. È colpevole perché ha lasciato che il successo diventasse una giustificazione metafisica. Ha creduto che il lavoro, l’arte, la carriera, la vocazione potessero sospendere indefinitamente la responsabilità verso l’altro. Ma nessun ruolo, per quanto luminoso, annulla gli altri ruoli. Se il ruolo di artista divora il ruolo di padre, non nasce un artista più grande. Nasce un uomo più povero.

La dimensione moreniana emerge anche nel modo in cui il film lavora con il pubblico. Jay vive davanti a un pubblico permanente. Fan, giornalisti, collaboratori, festival, spettatori: la sua vita è sempre osservata. Nello psicodramma, il pubblico ha una funzione precisa. Non è solo chi guarda. È il gruppo che risuona, riconosce, partecipa, restituisce senso. Ma nel caso di Jay il pubblico è malato, perché non restituisce verità: restituisce adorazione.

La fama è un pubblico senza sharing. Guarda, applaude, consuma, ma non restituisce umanità. Lo psicodramma invece mira a una catarsi integrativa: il protagonista agisce, il gruppo risuona, e qualcosa viene riconosciuto. Jay ha avuto applausi per tutta la vita, ma non ha avuto abbastanza riconoscimento trasformativo. L’applauso conferma la Persona. Lo sharing tocca l’uomo.

Il tributo finale è per questo una scena ambigua. Apparentemente è il trionfo della Persona: la celebrazione di una carriera, il montaggio delle immagini, il riconoscimento pubblico. Ma in profondità è il momento in cui la Persona viene svuotata dall’interno. Jay vede la propria vita in forma di immagine. Guarda se stesso guardato dagli altri. È uno specchio al quadrato. Non è più semplicemente al centro della scena: è costretto a vedere la scena che ha costruito.

Qui la lettura junghiana incontra quella moreniana nel modo più forte. Jung chiamerebbe questo momento una crisi dell’identificazione con la Persona. Moreno lo leggerebbe come un atto di rispecchiamento. Jay viene messo davanti al proprio ruolo totale. Vede il mito di Jay Kelly. Ma proprio perché lo vede, può cominciare a separarsene. L’individuazione comincia quando l’Io smette di coincidere con l’immagine che lo ha protetto.

Tuttavia il film non offre una redenzione semplice. E questo è importante. In un cattivo psicodramma narrativo, il protagonista capirebbe tutto, chiederebbe scusa, verrebbe perdonato, e tornerebbe nel mondo come uomo nuovo. Jay Kelly è più onesto. Il riconoscimento non coincide con la riparazione. Capire non significa essere perdonati. Vedere la propria Ombra non significa integrarla subito. L’individuazione non è un lieto fine, ma l’inizio di una responsabilità.

La frase finale, con il desiderio di “un’altra possibilità”, è potentissima proprio perché contiene insieme regressione e verità. Da attore, Jay chiede un’altra ripresa. Da uomo, chiede un’altra vita. Ma la vita non funziona come il cinema. Non si torna indietro alla scena sbagliata. Non si rifà l’infanzia delle figlie. Non si rimette in piedi il tempo perduto. Eppure la domanda non è falsa. È il primo momento in cui Jay desidera non solo essere visto, ma poter vivere diversamente.

Questo è il punto psicodrammatico finale: la spontaneità. Per Moreno, la spontaneità non è impulsività. È la capacità di dare una risposta nuova a una situazione vecchia, oppure una risposta adeguata a una situazione nuova. Jay ha vissuto di risposte vecchie: fascino, controllo, performance, fuga, gestione, seduzione, delega. Alla fine non possiede ancora una risposta nuova, ma formula una domanda nuova. Non dice: “Guardatemi ancora”. Dice, più profondamente: “Posso ricominciare?”.

In termini junghiani, questa domanda è il primo segnale che l’Io non è più totalmente posseduto dalla Persona. Qualcosa si è incrinato. L’uomo appare sotto l’attore. Non ancora libero, non ancora trasformato, non ancora individuato. Ma esposto. E l’esposizione è già una forma di verità.

Il vero psicodramma di Jay Kelly, dunque, non è il viaggio in Europa. È il passaggio dalla rappresentazione alla presenza. Jay deve attraversare tutti i ruoli che ha deformato: la star, il padre, il figlio, l’amico, il cliente, il datore di lavoro, il seduttore, il divo, il bambino bisognoso di amore. Ciascun ruolo ritorna come scena incompiuta. Ciascun incontro gli chiede non di spiegarsi, ma di esserci.

Il film mostra che l’identità non si ritrova togliendo tutte le maschere. Sarebbe ingenuo. L’identità si ritrova quando l’individuo torna a poter abitare i propri ruoli senza esserne posseduto. Jay non deve smettere di essere attore. Deve smettere di usare l’attore per evitare l’uomo. Non deve distruggere la Persona. Deve rimetterla al suo posto.

In questo senso, Jay Kelly è un film sull’individuazione mancata, o forse appena iniziata. La sua grandezza sta nel non confondere il crollo narcisistico con la guarigione. Jay soffre perché la sua immagine non basta più. Ma la sofferenza non lo rende automaticamente vero. Lo mette solo nella condizione di poterlo diventare.

La scena psicodrammatica si chiude senza chiudersi. Il protagonista ha visto qualcosa. Il pubblico ha visto il protagonista vedere. Ron, il Doppio-Ombra, resta come testimone di un legame più profondo del contratto. Le figlie restano come verità non addomesticabile. La fama resta come forma splendida e insufficiente. E Jay resta sulla soglia, forse per la prima volta non davanti a una camera, ma davanti a se stesso.

Jay Kelly racconta allora una cosa semplice e crudele: si può essere stati visti da milioni di persone senza essersi mai incontrati davvero. E forse il compito ultimo della vita, come dello psicodramma e dell’analisi junghiana, è proprio questo: trasformare la scena in incontro, il ruolo in presenza, la Persona in passaggio, e l’applauso in coscienza.

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